mercoledì, dicembre 30, 2009

PLASMA EXPANDER - Kimidanzeigen



Tracklist:
1. Mello
2. Hands in Your Guts
3. Why Not
4. Sananas
5. No Moustache
6. Horny M.
7. Four Legs
8. Nose on Belly


Three is the magic number. Non era necessario il martellamento pubblicitario a spargere il verbo. In questi ultimi anni abbiamo avuto più volte la fortuna di apprezzare le gesta di power-trio provenienti dagli italici confini, capaci di sequestrare il rock, il metal e l’hardcore e restituirlo senza il pagamento di un riscatto con connotati irriconoscibili. La formula del trio è stata adattata seguendo il richiamo delle esigenze, chitarra-basso-batteria (Lucertulas), basso-basso-batteria (Morkobot), batteria-batteria-chitarra (Vulturum). I Plasma Expander non fanno eccezione con la funambolica formazione formata da due chitarre, di cui una baritona, e batteria. Il tris è servito e fa saltare il banco.
A due anni dall’esordio per Wallace Records, il trio cagliaritano ritorna in scena con una collaborazione tra Wallace, Here I Stay, BarLaMuerte, Transponsonic, BrigaDisco, Burp, Bloody Sound e Valvolare, otto etichette per un unico fine: Kimidanzeigen. La matrice scelta è quella rintracciabile nel disco omonimo, blues-noise-rock in stato d’ebbrezza, questa volta accompagnata da una frenesia più marcata negli attacchi convulsivi e una cefalea rumorosa e stridente. L’intro di Mello alza subito la tensione in un tripudio di synth ed effetti, palpitazioni che crescono e battiti che implodono nella tesissima Hands in Your Guts. Le differenze con il passato sono immediatamente udibili: un suono più duro e corposo, capogiri e piroette sonore che prepotentemente assurgono al ruolo di protagoniste. Le radici son ben salde nel fertile terreno beefheartiano e krautico, lo spettro di Can e Ash Ra Tempel evocato nel caos del terzo millennio tra le strade di Louisville, l’eleganza degli Slint filtrata attraverso gli spigoli del pargolo Tweez, le geometrie sghembe dei Colossamite che fanno capolino in Why Not e Four Legs, impreziosita da fiati storditi.
L’ironia dei titoli è il prezzo da pagare per una proposta strumentale, Sananas ne è l’emblema al centro del disco, aperta da sinistri riverberi a la Cluster e paesaggi infetti, deflagra in bordate noise-blues a metà strada tra le atmosfere noir degli Oxbow e le svirgolate dei Morkobot: furente e nervosa. No Moustache si dimena tra i feti skin-graftiani degli U.S. Maple, si libera del pesante liquido amniotico di tale eredità e corre fino a sentire i polmoni bruciare, la metà è indifferente, il fulcro della corsa è la corsa stessa. Il drumming serrato di Andrea Siddu che si fa spasmodico, le chitarre di Fabio Cerina e Marcello Pisanu provenienti dal più orgiastico dei baccanali. La parola d’ordine è tensione. Horny M. è materia che fluttua in mancanza di gravità, schegge impazzite che collidono e si frantumano in polvere, singulti improvvisi: i This Heat nelle profondità dello spazio. L’ultimo atto è affidato a Nose on Belly, capace di stupire dopo trenta minuti di evoluzioni circensi grazie a un country-blues agli steroidi, colonna sonora per un O.K. Corral alieno. I minuti finali sono la migliore testimonianza dello spirito goliardico che anima il trio che, lontano dai cliché e capace di attingere in maniera personale dalle più distanti esperienze musicali, è riuscito a concepire un album difficilmente catalogabile e inebriante.

Neuros

Plasma Expander @Myspace

giovedì, novembre 26, 2009

VULTURUM - Vineta

image

Tracklist:
1. Mantide
2. Blckhlsfrys
3. R.Y.E.
4. We Own The Stars


Se mai fosse necessaria una -ennesima- conferma del periodo di grazia vissuto di recente dai terzetti, i Vulturum si inseriscono egregiamente negli “argomenti a favore della tesi”.
Nato dalle ceneri dei Go Down Moses, il trio fa il suo ingresso in scena con Vineta, 12” che ha visto la luce grazie alla co-produzione Produzioni Sante (Stalker, Santantonio e Cibo tra gli altri) e Sangue Dischi. Due batterie e una non-batteria (chitarra-voce) per plasmare un suono caldo e avvolgente, a tratti sanguigno e inquieto, peculiarità che ben si adattano alle tonalità di blu e cenere dell’artwork: una fiammata blu, questo è Vineta.
In Mantide è possibile ammirare il volto più fisico della loro proposta, una colata di riff che saltano a piedi uniti tra sonorità sature, in una terra di nessuno che a volte si tinge di stoner e un attimo dopo è post-core, e sotto l’incedere delle note una benefica vena melodica che preme in cerca della superficie.
Con tre paia di braccia i Vulturum riescono a modellare sonorità dalla radici datate ed editarle in una versione moderna e personale che in Blckhlsfrys trova compiutezza, memore degli arpeggi soffusi retaggio dei Go Down Moses, imbrattati per l’occasione di frammenti desertici e asciutti, sabbia che si poggia sulle note ed esplode in mille contrastanti sentimenti, in una maniera che ricorda l’occhio del ciclone dei Neurosis. Le parti vocali rappresentano sicuramente il punto di rottura con gli stereotipi di queste sonorità, e al fianco di vocalizzi al vetriolo si fanno spazio parentesi pregne di enfasi e apprensione, portando alla mente quelle di Francis Mark dei From Autumn to Ashes, diverso contesto ma esito ugualmente sopra le righe.
L’andamento ordinato di R.Y.E.non fa che esaltare questo particolare, con il suo crescendo affranto che si perde tra le distorsioni, per poi trovare parvenze di tranquillità solo nel finale di canzone.
Nonostante il minutaggio corposo di ogni brano, l’impressione del poco tempo trascorso è palpabile, e pare funzionale a ciò la sfuriata finale di We Own the Stars: nessun rimorso o velo di amarezza, i Vulturum alzano la mano e i loro strumenti a testimoniare la loro presenza; per cominciare basta un antipasto di quattro brani, il tempo è infatti dalla loro parte, e se queste sono le premesse non resta che attendere quanto il futuro riserva per questo esaltante trio.

Neuros

Vulturum @Myspace

sabato, novembre 21, 2009

BURIED INSIDE + TOMBS @ Ritmo Y Compàs - Madrid




Lunedì 16: secondo appuntamento, stesso posto, stessa ora. Senza sgarrare di un minuto partono gli spagnoli AS MY WORLD BURNS, una sorta di metalcore con accenti math e post, niente di eccezionale, forse troppa scena (della serie “tanto fumo niente arrosto”), dopo qualche pezzo iniziano ad annoiare. Dopo poco ecco salire i TOMBS: si parte! Ritmi blast beat, basso marcione, chitarra graffiante e voce del demonio! Cosa volere di più? Sembrano un incrocio tra i Today Is The Day e il black metal, i rallentamenti sludge non lasciano respiro. Grandissimi sia sopra che sotto al palco (sono riuscito a scambiare due parole con il bassista ed il chitarrista/cantante, veramente ottime persone).



La stanza è piena, il fumo delle sigarette crea quella surreale atmosfera di nebbia e aria pesante (in Spagna si può fumare nei locali), i BURIED INSIDE iniziano. Tutti ci accorgiamo che hanno alzato drasticamente i volumi degli amplificatori, quasi per fare male. Sentire brani come I e V è un'esperienza incredibile, le parti cantate con tre voci scuotono le pareti del locale. Il pubblico apprezza vistosamente ed il gruppo si diverte nel contraccambiare con sonore colate di magma. Pure qua alle 24 finisce tutto, il condotto di ventilazione riprende a funzionare, di nuovo ci svegliamo tutti.




James Ford

A STORM OF LIGHT + MINSK @ Ritmo Y Compàs - Madrid.



Venerdì 13: arriviamo puntualmente alle 21 pensando ovviamente di essere in anticipo, senza tenere conto che siamo in territorio estero, infatti, il gruppo in apertura attacca con grande stupore secondo gli orari in cartellone; sono i LOUDED: band madrilena, un incrocio tra Kylesa e Knut, ottimo impatto, mi colpiscono subito i suoni caldi e potenti, degni di un vero impianto. La voce è presente, il basso si sente, la chitarra non è impastata e la batteria è ''equalizzata'' a dovere... finalmente dei suoni decenti! Cambio di palco velocissimo, iniziano quasi 15 minuti dopo i MINSK (belle facce!). 45 minuti, prevalentemente pezzi nuovi (ricordo solo una White Wings pescata dal vecchio album). La resa è ottima, anche se le parti di chitarra risultano vuote in alcuni punti, ciò è forse dovuto al fatto che su disco sia veramente troppo curata (piccola nota per i fissati: il bassista è salito sul palco con un basso Kramer con manico fretless in alluminio, potete immaginarvi il suono? NO).



Ancora un cambio di palco ultra-veloce ed ecco in piedi davanti a noi i tre A STORM OF LIGHT con un nuovo membro alla seconda chitarra: nientepopòdimeno che Will Lindsay dei WOLVES IN THE THRONE ROOM. Una montagna di sassi e roccia che lentamente crolla in faccia a tutti, nessuno può salvarsi, nemmeno quelli seduti al bar in fondo alla stanza. Immaginatevi il buio, le video proiezioni sullo sfondo (animali prevalentemente), volumi alti e definiti, ogni colpo sulla batteria percuote il cervello senza tregua. Una sensazione frastornante. Alle 24 magicamente tutto finisce, le luci si riaccendono e tutti torniamo alla realtà.



James Ford

HELLFEST 2009



PARTE I - Venerdì 19
Appuntamento gustoso quest'anno a Clisson (situato nella Loira, Francia), per la quarta edizione dell'HELLFEST, festival imperdibile per appassionati di metal e dintorni di tutta Europa. Troppi sono i gruppi che parteciperanno a queste tre giornate durante il solstizio d'estate, così tanti da perdere il conto.
Dopo una notte passata in bianco nel campeggio (a causa degli ubriachi che urlano e cantano e della pioggia notturna) ci dirigiamo verso i cancelli e ci accorgiamo di quanta gente già è sul posto: orde di blackster, nu-metallari, rocker, capelloni, barboni, tutti i tipi di tutti i generi, che affollano le zone adiacenti il fest.
I tre Karma to Burn sono il primo gruppo che seguiamo, l'aria si sta scaldando con i primi raggi del sole che trapassano le nere nuvole, e la loro musica si miscela bene con l'atmosfera. Di seguito passiamo agli August Burn Red, deathcore come va di moda adesso, nulla di particolare, loro sono inguardabili, tutti fighetti, polo azzurre, facce dolci, frangette: niente da fare, non passano. Alle 13,40 tocca ai Taake, gruppo blackmetal che conoscevo solo di nome, pure loro molto insoddisfacenti, face painting con linguacce... molto fumo e niente arrosto. Il sole esce del tutto allo scoperto con gli Eyehategod, forse la band che aspettavo di più, e forse la band più pesante di tutto il fest: riff marci, rallentamenti, i pezzi scorrono fluidamente facendo soffrire, 45 minuti di puro sludge; qua ci sarebbe da soffermarsi molto (la partecipazione di Anselmo alla chitarra, la bottiglia di vino sgolata da Mike Williams, gli inni contro la polizia del batterista Joey LaCaze, ecc ecc) ma non posso dilungarmi troppo, sappiate solo che sono e resteranno per sempre la band Sludge per eccellenza. Ancora un po' frastornati corriamo dai Soilent Green (con Brian Patton degli Eyehategod), grindcore con sfumature sludge/southern, il tutto incorniciato da un frontman imponente e carismatico; rimaniamo molto colpiti anche se la stanchezza inizia a dare i primi dolori. E' proprio qua che vengo a sapere della brutta notizia che i Pentagram non suoneranno, allora decido di godermi tutto il set dei Misery Index, band death per niente scontata, che trita tutto ma non riesce a prendermi completamente, colpa forse dei suoni mai precisi del tendone Rock Hard. Senza perdere fiato mi butto sotto al palco dei Torche che, con la loro chitarra graffiante, non sbagliano un colpo, ma non riesco ad arrivare in fondo al set, così decido di andarmi a sdraiare fuori per un piccolo sonnellino. Ancora assonnato mi dirigo al Mainstage per i Voivod, e forse proprio per colpa delle mie condizioni fisiche, non mi prendono per niente facendomi sbadigliare: grande dispiacere, mi aspettavo una band piuttosto in gamba e invece niente; da rivedere assolutamente per un'altra possibilità. Ne approfitto così per prendermi un bel posto in prima fila sotto al palco degli attesissimi Kylesa, due batterie che macinano tempi strambi di scuola Melvins, riff energici, voci che si incrociano senza mai perdere ritmo, il pubblico è in delirio, tutti cantano e pogano, tutti si divertono anche senza uno dei chitarristi (che non ha potuto seguire la band in tour per problemi personali). Pacatamente ci dirigiamo tutti nell'altro tendone, già strapieno, per gli Entombed, pure loro caricatissimi ma la mia attenzione cala sempre di più; prima della fine della loro esibizione mi sposto davanti all'enorme palco dei Down che, a causa di un set molto più lungo dei WASP, attaccano in ritardo. Per me questa era la prima volta davanti a Phil Anselmo e soci, gruppo davvero immenso che incanta e rapisce. Dopo mezzora di live riesco a togliere gli occhi dal palco e dirigermi poco distante per i Pig Destroyer, ma arrivo praticamente alla fine, giusto per vedermi l'ultimo pezzo (incomprensibile). La rabbia è tanta, rabbia contro il ritardo dei Down e contro la band di Scott Hull che terminano circa venti minuti prima del previsto. Grande delusione per un gruppo che seguo moltissimo e che suona pochissimo in giro. Con una creap e una bibita in mano, mi seguo da lontano gli Anthrax, molto distrattamente seduto sull'erba, sembrano essere in forma ma lascio la parola ai veri fan non pronunciandomi troppo. Chiudo la serata (23.50) con Jarboe, cantante degli Swans: atmosfera buia, fumi, luci cupissime, paura. Lei è una presenza spettrale, non si fa mai vedere in viso (capelli biondi lunghi), le parti ritmiche ricordano moltissimo i Neurosis. Mentre ascolto il set composto da 5 lunghe canzoni, mi addormento in piedi, gli occhi mi si chiudono di prepotenza. Con le ultime forze decido di tornare in tenda (dopo bel 16ore in piedi tra palchi e stand) dimenticandomi purtroppo così dei Saint Vitus e degli Heaven And Hell.

Eyehategod


Down


James Ford

DYSKINESIA



Il nuovo nato in casa Dyskinesia si candida ad essere una delle migliori uscite dell'anno, abbiamo quindi contattato Komesar per fare il punto della situazione.


Ciao ragazzi, innanzitutto complimenti per il disco, una sorpresa davvero gradita per chi ha seguito in diretta i vostri passi. E’ passato molto tempo dall’uscita di “Live in Prypiat” e la formazione è cambiata; quali sono state le dinamiche all’interno della band in questo periodo?

(k) Il cambio di formazione che c'è stato tra “Live in Prypiat” e “Dyskinesia” è stato conseguenza della volontà mia e di Sisto di dare concretezza a tutto ciò che con il primo disco non era stato possibile fare. Sicuramente anche ora, con una formazione a cinque e un sound decisamente più complesso di Live In Prypiat, la strada da fare è tanta ma quantomeno abbiamo i mezzi per “gestire” le nostre idee. Non escludo che in futuro si possano aggiungere altri strumenti e magari anche altri strumentisti ma sicuramente tra noi cinque si è raggiunto un' equilibrio tale da permetterci una totale autonomia di composizione e questo è quello che si andava cercando sin dagli inizi.


Il nuovo disco era pronto da tempo, ma l’attesa per la pubblicazione si è prolungata più del previsto, cosa è accaduto di preciso?

(k) Il disco è pronto dall'estate del 2008. La ricerca delle Label ha sicuramente occupato un bel po di tempo e anche una volta determinata la "cordata" si è perso tempo. E' inutile scadere nel gossip e puntare il dito ma una cosa è certa, ci sono stati dei ritardi e ci sono stati dei problemi che potevano essere evitati e se da una parte ci assumiamo le nostre colpe non abbiamo alcuna intenzione di dimenticare gli errori degli altri.


Nonostante “Dyskinesia” abbia attraversato periodi così travagliati e un periodo di due anni dal disco precedente, ci sono punti di collegamento tra i due album; allo stesso tempo pare anche che vi siate liberati da certe cime che legassero il vostro suono alla forma-canzone, arrivando a concepire il suono quasi come un flusso continuo...

(k) Mi fa piacere che tu l'abbia notato e mi fa ancora più piacere se la cosa è evidente a tutti e non solo a chi ci segue sin dagli inizi. I punti di collegamento con Live in Prypiat sono tanti, nonostante sia un'album impreciso, grezzo e privo di una qualsiasi razionalità negli arrangiamenti non ne cambierei una sola nota. Le atmosfere di "Dyskinesia" sono in evoluzione rispetto a Live in Prypiat e non in sostituzione.


A un ascolto superficiale potrebbe quindi sembrare un disco omogeneo, in realtà nasconde sfumature varie e ben assortite, tra intenzioni di scuola Neurosis e ritmi marziali, ombre rumoriste e momenti di silenzio, addirittura inaspettati passaggi dal sapore new-wave. In che maniera riuscite ad armonizzare tutte queste componenti?

(k) E' molto semplice, almeno per quanto riguarda il nostro modo di comporre. Non c'è nessuna scaletta o struttura da seguire, il pezzo vien da sè in funzione di quello che suoniamo. Solo una volta che il pezzo raggiunge stati già embrionali si ragiona sulla struttura e sul prodotto finale.


Chiedere a questo punto quali siano le vostre influenze potrebbe sminuire il vostro ottimo lavoro, quindi sarebbe molto più interessante conoscere quale sia l’ispirazione -o quali siano- per i vostri componimenti-...

(k) personalmente sono molto legato ad artisti come Atrax Morgue, Lustmord, Mono, Coil, Genocide Oragn, Brighter Death Now, GodSpeed You Black Emperor e molti altri che ora non mi vengono in mente. Contando però che la composizione dei pezzi avviene solo durante le prove e mai da una persona soltanto non mi ispiro direttamente ai miei gruppi preferiti, è tutto molto più diretto e naturale.


Addirittura nella traccia “Il secondo giorno” compare una inattesa vena melodica, celata sotto strati di chitarra, ma comunque ben riconoscibile. Essendo anche la traccia più lunga e, per chi scrive, affascinante, del disco, potreste dirci come è nata?

(k) Esattamente come gli altri pezzi per quanto riguarda la nascita, la composizione e l'arrangiamento. Le assonanze con il post rock che l'alleggeriscono un poco e la struttura leggermente più definita sono state però per noi un punto di partenza e una svolta , i pezzi per il nuovo disco di fatto sono molto più sulla linea de " Il secondo Giorno".


Proprio la vena melodica della traccia sopraccitata non sarebbe emersa senza un suono adeguato, sicuramente uno dei punti di forza del disco. Quanto ci avete lavorato e quanto è importante per voi questo aspetto? Avete usato sperimentato nuove apparecchiature al riguardo?

(k) Abbiamo registrato in presa diretta all'Elfo Studio, sfruttando l'acustica della sala e il riverbero della hall. Non abbiamo sovrainciso nulla se non la voce per motivi tecnici e anche in fase di mixaggio ci siamo limitati a una pulitura generale del suono senza alterare significativamente nessun strumento. Il grosso del lavoro è stato fatto quindi prima della registrazione, nella scelta degli ampli, degli strumenti e del modo migliore per conciliarli.
Al momento, rispetto a "Dyskinesia", abbiamo già una sturmentazione differente e settaggi differenti quindi la ricerca dei suoni e del sound complessivo continua e non ho alcun idea di dove andremo a sbattere la testa. Personalmente credo che nonostante l'aggiunta di strumenti o anche solo di rumori, stiamo andando verso un suono più semplice e diretto, meno effetti e molta più sostanza. Ma è un mio punto di vista, nulla di più.


Il lato visuale è strettamente collegato con quello sonoro. Il formato scelto è quello di un 7” con all’interno il cd. L’artwork del disco e il cartoncino all’interno rispecchiano fedelmente i suoni e le atmosfere dell’album: sono venuti dopo la creazione della musica? Che tecnica è stata utilizzata per realizzarli?

(k) l'artwork è stato realizzato da Luca successivamente alla registrazione dell'album, l'idea del formato, se non ricordo male, era venuta da una delle Label. Su come sia stato realizzato e affini non so nulla


Leggendo i titoli delle canzoni pare che vi sia un concepì dietro “Dyskinesia” o comunque un filo conduttore tra i componimenti. Di cosa si tratta, e in particolare quale è la “materia” a cui fate riferimento?

(k) Il disco vorrebbe essere un concept su un disastro nucleare. L'idea è di un' ipotetico continuo con Live in Prypiat che prende appunto ispirazione dal disastro di Chernobyl che costrinse all'evacuazione di varie città, tra le quali Prypiat. Le stesse foto presenti all'interno dell'artwork di "Dyskinesia" sono di Prypiat. Quindi c'è si un continuo con il primo disco anche se in entrambi i casi abbiamo solo voluto rispecchiare momenti e atmosfere che ci affascinano e che ci sono cari ma l'idea stessa del concept segue alla realizzazione dei pezzi quindi, a mio parere, non è da prendere cosi sul serio.


Potrebbe essere un ipotetico ponte verso il prossimo album?

(k) Potrebbe, per il momento però ancora non ci siamo posti il problema. Il degrado, il distacco e l'annichilimento ci sono, vedremo che veste dargli.


Pensate di aver raggiunto a livello musicale, le caratteristiche che il vostro nome porta?

(k) Forse, ma personalmente spero che si arriverà oltre i semplici spasmi.


Dalle vostre parti sono emerse negli ultimi tempi molte band dall’indubbio valore. Vi è una “scena” a livello locale? Come vedete la questione a livello nazionale invece?

(k) No no nulla di simile a una scena. A Piacenza, ora come ora, non ci sono locali per suonare, nel senso vero e proprio che non ce ne è neanche uno. Cremona anche naviga in mari disperati e sicuramente la provincia Parma-Cremona-Piacenza non offre tanto di più delle città. I gruppi validi ci sono ma non si suona, quindi come se non ci fossero.


Recentemente avete partecipato a una delle compilation Droning Earth e al secondo volume della compilation NeuroSounds. Qual è il vostro pensiero riguardo a queste iniziative? Pensate che possano realmente contribuire a scardinare certi luoghi comuni sull’underground e permettere di riconoscerne il valore?

(k) Sono sicuramente delle buone iniziative e aiutano molto la conoscenza gruppo-gruppo.Personalmente mi hanno colpito molto i Donkey Breeder, non li conoscevo e sono stati un ottima sorpresa. Per quanto riguarda l'effttiva utilità che queste compilation possano avere nel far girare il nome del gruppo non saprei, bisognerebbe capire quanti e da quali canali scaricano questi pezzi. Non credo insomma che possa fare la differenza una compilation online, come neanche una compilation su disco ma sicuramente sono ottime iniziative che muovono nella direzione giusta.


Siamo quasi arrivati alla fine, quali sono i progetti futuri?

(k) con l'inverno usciranno due split, " Dyskinesia - Gioventu Suicida Studentesca " (Tape - Deserted Factory ) e "Dyskinesia - Corpoparassita " ( cd - Frohike Rec. ). In primavera contiamo di registrare il nuovo disco.


Grazie per la disponibilità ragazzi, a voi l’ultima parola. A nome di NeuroPrison un grande ringraziamento e un sentito “in bocca al lupo”.

(k) grazie a voi di neuroprison per la compilation, l'intervista e la recensione.Saluti!


Neuros

venerdì, novembre 13, 2009

PASSO UNO - Tartüff




Tracklist:
1. Head titles
2.Get out, I say!
3.The grand touring cinema
4.The carriage is in sight
5.A saintly man
6.Go - All of you!
7.Sinful frivolity
8.Where is this Tartüff?
9.About the vanity of earthly things
10.Heaven sent me to you
11.Dear mr. Tartüff
12.Masquerade
13.Under the spell of your personality
14.Alone
15.I - a Saint?
16.Who is sitting beside you?


Più di una voltà si è sentito l’adagio per cui bastino poche mani per dare vita a opere complesse e funzionanti, purchè lavorino in sintonia e passione verso il risultato finale. I Passo Uno non fanno eccezione, quattro paia di mani e un flusso continuo di note intese in maniera inscindibile dalle immagini, da quel lato visivo che nel panorama musicale non ha mai vissuto momenti di vera crisi, ma in questi ultimi anni pare stia vivendo un periodo di riscoperta e applicazione maggiore rispetto al passato più prossimo. All’interno della discografia del gruppo, Tartüff rappresenta la terza colonna sonora, preceduta da Il Passato Riemerso e Presenze, entrambi documentari; con questa nuova release il gruppo si è spinto oltre, scegliendo per l’occasione la musicazione del film muto di Friedrich Wilhelm Murnau del 1925.
Ancora una volta dietro tanto impegno è presenta la trazeroeuno, label che ha sempre dimostrato di tenere ai sensi che non siano solo quello dell’udito, proponendo un cofanetto contenente l’audio cd e il dvd del film adattato con la colonna sonora. L’artwork, a opera del team Diramazioni composto da Tryfar (già dietro la trazeroeuno) e Vocisconnesse, è cornice ideale per il clima decadente e uggioso creato dalla musica e dal film, valorizzando al massimo l’opera di Molière a cui esso si ispira.
L’ambito nel quale si muovono i Passo Uno pone le radici nel post-rock e nell’elettronica, capace però di arricchire la tavolozza sonora di numerose altre sfumature. In Get Out, I Say e I - a Saint? appare lo spettro solenne e ipnotico degli Earth di HEX, senza che ciò risulti fuori luogo rispetto al clima di inganno che pervade il film;in Go - All of You fanno capolino gli ultimi Ulver, quelli più distesi di Shadows of the Sun, disegnando crepuscoli freddi e plumbei, circondati tutt’intorno da minimali rintocchi elettronici e aperture jazz che si collocano tra gli Jaga Jazzist e i Kilimanjaro Darkjazz Ensemble, con chitarre il più delle volte soffuse, che procedono incessantemente sulle punte dei piedi, a non disturbare.
Per chi abbia apprezzato di recente l’operato simile dei Giardini di Mirò con Il Fuoco, questa realizzazione dei Passo Uno merita certamente non solo l’ascolto, ma anche un’attenta visione che permetta di cogliere al massimo le potenzialità di questo talentuoso lavoro.

Neuros

lunedì, ottobre 26, 2009

A NEW SILENT CORPORATION - Everything Is Exactly As It Seems



01. Time Discipline
02. Hiver
03. Will Noise
04. Reprise
05. WOTGG
06. Maple



Ogni cosa è esattamente come sembra. Il debutto degli A New Silent Corporation comincia così, senza alcun giro di parole, una posizione avvalorata dal carattere puramente strumentale del loro rock, lontano da qualsiasi etichetta, a volte roboante, altre muovendosi in punta di piedi. Semplice, come il candore dell’artwork, interrotto unicamente dalla visione lontana di alcune ciminiere, paragonabili alle incursioni elettroniche riscontrabili nella loro musica.
Senza abbandonarsi a futili tribolamenti, sempre in agguato in questo genere di proposte, il sestetto dimostra di puntare sull’insieme, nonostante gli andamenti prolungati di alcuni componimenti, necessità compositiva per esprimere al meglio un determinato mood.
Un immaginario lontano e sfocato fa da cornice a Time Discipline, con le sue frequenze radio che procedono a singhiozzo, a introdurre pochi arpeggi che crescono l’uno sull’altro, poggianti su scariche trip-hop da una parte e robusto rock dall’altra, componenti estremamente differenti ma necessarie al suono del gruppo, come se i Boards of Canada si unissero a chitarre ed atmosfere dei Callisto.
Se la parola d’ordine è semplicità, Hiver ne è sicuramente il testimonial per eccellenza, ordinata nel suo climax e diligente nel suo spegnersi sulle note più rilassate del finale, forse la canzone che insieme a Maple più si rifà ai 65DaysOfStatic , il risultato è comunque convincente nonostante i riferimenti siano chiaramente udibili.
Il vero piatto forte si trova però nel cuore del disco, il terzetto composto da Will Noise-Reprise e WOTGG è sicuramente quanto di meglio proposto dal combo, che nelle prime due cerca di scindere le colonne portanti presenti nella loro musica, riuscendoci con eleganza grazie alle reminiscenze di Eluvium della prima, con incisività nella seconda, dove fanno capolino i Red Sparowes.
WOTGG funge invece da collante per ogni sfumatura, ma lo fa in maniera personale e sicuramente con risultati ancora migliori dei precedenti componimenti, con i suoi cambi d’umore e le sue atmosfere sincopate, con l’ utilizzo dell’elettronica davvero convincente in un contesto del genere, dove è sempre la melodia a fare da padrona.
Nonostante alcuni spunti risentano molto dell’influenza di altri act ben più blasonati, un peccato comunque assolutamente rimediabile nel futuro prossimo, il risultato nel complesso è assolutamente da premiare, soprattutto alla luce della politica della band, decisa più che mai a lavorare autonomamente nella produzione della propria musica e di tutto ciò che vi ruota intorno.

Neuros

A New Silent Corporation @Myspace

lunedì, ottobre 12, 2009

THREE STEPS TO THE OCEAN - Until Today Becomes Yesterday




Tracklist:
01. December 31st 1844
02. It's a day, maybe more, since I saw you
03. Diomede
04. Remember Lynne Cox
05. It's a minute, maybe more, since I could see
06. Il Quinto Giorno



Nel panorama post-rock/metal le proposte di una certa rilevanza artistica stanno rivestendo un ruolo sempre minore e ciò è la ovvia conseguenza di un settore musicale ormai saturo e stagnante; se in Italia Larsen, Port-Royal e Giardini Di Mirò (grazie al recente “Il Fuoco") per quanto riguarda sonorità meno robuste sono tra i pochi nomi che stanno portando avanti un discorso interessante, varcando ulteriormente i confini stilistici è possibile scovare una nutrita serie di progetti che vale la pena di portare all’attenzione. Tra questi i Three Steps To The Ocean sono senza dubbio da considerare come uno dei migliori esponenti in circolazione, soprattutto vista la recentissima uscita del loro full-lenght d’esordio, “Until Today Becomes Yesterday”, edito in Italia ed Europa dall’attenta Frohike Records e per il mercato americano dalla Forgotten Empire Records.
La band lombarda si era già posta all’attenzione in ambito underground con un demo di tre pezzi risalente al 2006, mostrando già un songwriting maturo attraverso trame sonore articolate e struggenti, seppur ricalcanti il lavoro fatto in campo internazionale da nomi quali Pelican, Red Sparowes e Russian Circles.
Rispetto al demo i passi avanti fatti con “Until Today Becomes Yesterday” sono enormi sotto ogni punto di vista: scrittura, produzione, personalità, profondità espressiva, dinamiche, ricerca sonora, tanto che con un pizzico di sorpresa ma soprattutto grossa soddisfazione è possibile affermare che i gruppi internazionali sopracitati hanno attualmente solo da trarre esempio da un lavoro come questo.

Stilisticamente parlando ci troviamo davanti ad un perfetto mix strumentale di sonorità post-rock vicine a Mogwai ed Explosions In The Sky unite ad una certa urgenza tipica del moderno post-metal, puntando decisamente sul lato atmosferico e calibrandone mirabilmente le impennate che, una volta preso il sopravvento, si fanno sentire in tutta la loro imponenza senza però che si avverta un netto stacco come avviene invece in molti altri dischi che affollano il mercato, tutto fluisce in modo sorprendentemente naturale.
Le sei tracce in cui sono divisi i 40 minuti dell’album si rivelano ben studiate e densamente stratificate, confezionando un sound meno immediato e più corposo rispetto al recente passato, al tempo stesso il quartetto (batteria, chitarra, basso e synth/elettronica) è riuscito a rendere ancor più comunicativa e suggestiva la propria espressione artistica. Ad ogni strumento è stato dato il giusto spazio in fase di produzione (da citare il mastering a cura di James Plotkin) e l’attento, costante ma mai invasivo uso dell’elettronica si rivela perfettamente complementare ai paesaggi sonori tessuti dall'intreccio del resto degli strumenti, in particolare chitarre e synth.

L’opener December 31st 1844 è esemplificativa della maturazione del gruppo e delle coordinate del disco, tutto fluisce mirabilmente tra momenti di suadente malinconia e sontuose impennate, il brano poi complice la relativa snellezza compositiva si erge a suo perfetto biglietto da visita. It's a day, maybe more, since I saw you e It's a minute, maybe more, since I could see sono due intermezzi che incorniciano il cuore del disco, composto da Diomede e Remember Lynne Cox, ovvero gli episodi più complessi e narrativi, autentiche perle che rivelano il proprio valore e forza espressiva solo dopo svariati ascolti. Spetta poi a Il Quinto Giorno chiudere il discorso, raggiungendo nel suo finale probabilmente il picco emozionale dell’intero album.
La riuscita del disco risiede anche e soprattutto nella capacità di catturare l’attenzione dell’ascoltatore e trasportarlo con la sua visionarietà in una sorta di limbo atemporale; a tal proposito la stesura dei brani è legata ad un concept sullo scorrere del tempo, ove esso è talvolta solo effettivamente riscontrabile su di un calendario ma nella realtà, sotto i cambiamenti in superficie, tutto è simile a prima. Il racconto inserito all’interno del cd ed il suggestivo artwork sottolineano alla perfezione questo concetto.

-Edvard-

Three Steps To The Ocean @Myspace

sabato, settembre 12, 2009

INCOMING CEREBRAL OVERDRIVE - Controverso

image

Tracklist:
1. Reflections
2. Oxygen
3. Controversial
4. Science
5. Magic
6. Sound
7. Colours
8. There



Seconda prova in studio per la band pistoiese fresca di contratto con la SupernaturalCat, label ormai ampiamente affermata a livello internazionale grazie a Ufomammut, Morkobot e Lento. Proprio l’uscita del disco per una label così importante e riconosciuta è senz’altro da giudicare scelta coraggiosa da ambo le parti visto che le coordinate stilistiche degli Incoming Cerebral Overdrive sono sensibilmente lontane da ciò che l’ etichetta aveva prodotto fino ad ora. Detto questo si può tranquillamente affermare che la band un’opportunità del genere se la sia ampiamente meritata e se qualche afecionados della SupernaturalCat potrebbe storcere il naso nell’approcciare “Controverso” resta difficile non rimanere colpiti dall’impatto e dal micidiale amalgama sonoro a cui sono giunti nella loro sorprendente evoluzione questi cinque ragazzi, un netto passo avanti rispetto al pur valido album precedente, “Cerebral Heart”.
L’impianto sonoro di base è sempre quello, un mathcore legato alla lezione di bands seminali quali Botch e Coalesce, ma ora vengono lasciati da parte retaggi nu-metal con inserti di voce melodica in favore di un maggior urto frontale mediante l’utilizzo di continui cambi di tempo ed il susseguirsi di riff a profusione, senza rinunciare a stacchi dalle tinte psichedeliche ed a tratti reminescenti la scena progressive rock italiana dei 70’s. Su tutto si erge la performance vocale di Samuele Storai, parte integrate ed anzi decisiva nel rendere psicotica ed incontrollabile la rinnovata proposta della formazione toscana grazie ad uno stile decisamente variegato, capace di passare da un’ impostazione prettamente hardcore ad urla di stampo black metal, per arrivare al growl tipico del death metal.
L’apertura dell’album è quanto di più folgorante si possa ascoltare negli ultimi tempi nel panorama internazionale grazie al trittico Reflections/Oxygen/Controversial; la prima è senza dubbio tra gli highlights del platter ed in grado di miscelare mirabilmente furia hardcore, partiture complesse ad alto tasso tecnico e svisate progressive condite da un sapiente uso del synth, la seconda una scheggia impazzita di soli due minuti che prepara l’assalto della title-track, sbalorditiva nella sua potenza e fluidità, senza dubbio un singolo dall’altissimo potenziale (infatti ne è stato un girato un videoclip). La parte centrale del platter (Science e Magic) mostra invece delle aperture verso territori più imprevedibili ed atmosfere meno serrate, accentuando le tonalità ombrose che caratterizzano un pò tutta la tracklist, particolare che tocca il culmine nella conclusiva There, episodio atipico in cui si costruisce un’ intrigante atmosfera in crescendo ove non è difficile percepire rimandi ai Tool.
Otto pezzi per poco più di mezz’ora si rivelano una buona scelta in quanto l’ascolto non viene appesantito anzi, complice la scorrevolezza dei pezzi una volta concluso la cosa più naturale da fare è quella di ripremere il tasto play; ciononostante avremmo preferito ascoltare qualche traccia in più, magari con la speranza di vedere ulteriormente esplorata quella vena sperimentale legata al lato più progressivo della proposta e di cui Magic è senza dubbio l’episodio più significativo e riuscito.
Forse è cercare il pelo nell’uovo o forse, più semplicemente, è l’essere particolarmente esigenti con una band che si è visto crescere e che al momento, con ogni probabilità, non ha assolutamente rivali in Italia nel settore e deve confrontarsi con bands estere ben più famose ed acclamate.

-Edvard-

ICO @Myspace

domenica, settembre 06, 2009

MY JERUSALEM - Without Feathers



[1] Sweet Chariot
[2] Under Your Skin
[3] Heroin(e)
[4] Turtledove
[5] Remember Everything


My Jerusalem potrebbe essere il titolo di una storia che vede protagonista il songwriter americano Jeff Klein, il quale dopo parecchie esperienze soliste decide di formare una band, My Jerusalem per l'appunto, con alcuni dei musicisti incontrati lungo le innumerevoli collaborazioni. La storia continua attraverso le cinque canzoni dell' ep di debutto “Without Feathers”, splendida e candida riunione di atmosfere delicate dagli arrangiamenti ben orchestrati che denotano una particolare attenzione ai dettagli.

“Sweet Chariot” è l'episodio migliore ondeggiando tra pop, indie e folk ci entra dentro e non ci molla più. La seguente “Under Your Skin” invece ha il vago sapore di un ipotetico crocevia tra U2 e Bob Dylan, ci scappa via tra le dita lasciandoci un tenue e pacifico senso di giocosità e tenerezza. Continui gli ascolti e percepisci qualcosa che pare magico tra le note di un piano solitario (“Heroine”) o di un flusso rilassante tale da sembrare il sussurro di un amico eterno (“Turtledove”). I My Jerusalem giocano benissimo le loro carte regalandoci la sintesi perfetta di quello che vorremo sentire ampliato presto su lunga distanza. Tuttavia il breve (circa quindici i minuti totali di durata) “Without Feathers” è una piccola ma grandiosa perla da non perdersi di questo frenetico duemilanove musicale.

Sephiroth

My Jerusalem @Myspace

lunedì, agosto 24, 2009

DYSKINESIA - S/t

image

Tracklist:
1. L’ultimo giorno
2. Giorno zero
3. Il primo giorno
4. Il secondo giorno
5. Adesione al principio di conservazione della materia



A due anni dall’uscita di “Live In Prypiat”, ep uscito sotto Varjot Prod., e dopo un rinnovamento di line-up, l’ogre a nome Dyskinesia è tornato a camminare lungo la sottile linea musicale che divide la delizia dal supplizio, e mai come in questo caso sta interamente all’ascoltatore scegliere da che parte stare, perché il gruppo non offre aiuto alcuno nella scelta.
Primo disco in studio della formazione piacentina, coproduzione Frohike Rec.-Cold Current Prod.-Creative Field Rec., mostra come i germogli di talento mostrati in precedenza siano ormai maturati in velenosi frutti, segno di una crescita costante sotto ogni aspetto. Il suono ha cambiato forma, si è liberato dagli standard che lo volevano imbrigliato in un pantano costantemente in bilico tra lo sludge, doom e ricami ambientali ma riesce comunque a mantenere un filo conduttore con gli episodi passati, come i quindici minuti di Napoleone Sottovuoto, visionaria e malsana, archetipo per l’instabilità sonora raggiunta in questo nuovo album.
Addentrarsi nelle cinque tracce è una processione dolorosa attraverso una sinapsi deviata, e quanto imbastisce in un istante L’Ultimo Giorno è un buio impenetrabile, congestionato dalla fisicità estrema figlia dei Neurosis della seconda metà dei ’90, con un robotico ritmo che può ricordare i Godflesh di Streetcleaner, un singhiozzo di note che stentano a venire in superficie, dimenandosi in uno strato di viscoso nero; nulla può l’inganno di quiete che arriva nel finale, trascinato da una coda tra il rumore e la psichedelica che porta solo ulteriore alienazione.
A prova che i Dyskinesia siano un progetto totalizzante vi è la galleria degli orrori di Giorno Zero, che ben si addice all’artwork del disco: confezione da 7” con all’interno il cd, dove le tonalità del grigio rappresentano paesaggi urbani, mentre la copertina è affidata a un luna park in disuso che grida desolazione. Tra pareti drone si muovono fruscii acuti e versi in lontananza, un sottofondo alieno che si muove perpendicolare al suono di chitarra e forma angoli tetri.
Il Primo Giorno presenta i connotati di quello precedente, ma con il trascorrere dei minuti comincia a trasparire un tenue bagliore di melodia incastrata tra ricordi new-wave, chiave di volta per la venuta de Il Secondo Giorno, tirata allo spasmo e in modo tutto suo addirittura orecchiabile con quelle voci eteree in perenne scontro con il muro di chitarre, una battaglia per non essere sommerse, una qualità che è accostabile a quella dei The Angelic Process, una costante ricerca di luce al limite dell’utopia, sicuramente uno dei punti più alti del disco.
Adesione Al Principio di Conservazione della Materia è l’epilogo, il boccone desiderato nonostante il ventre pieno, voluto unicamente per gola, e con i sue cinque minuti di pieni e di vuoti che si protraggono in un crescendo rareffato potrebbe essere un’indicazione per il futuro, abbastanza prossimo se si considera che queste canzoni risalgano a circa un anno fa.
Il presente intanto ci testimonia come i Dyskinesia sappiano districarsi tra le diverse sfumature di nero, risultando esaltanti nel loro personale modo di trovare un’uscita dagli incubi.

Neuros

Dyskinesia @Myspace

sabato, agosto 08, 2009

LvQ - (Y)

image

Tracklist:
01. 8861389 Emicranie
02. –
03. Null
04. Ghirri
05. Damare
06. XX Secolo e ½
07. 90 Lanostracifraepocale


Lineup:
Bobo / Batteria e Percussioni
Nicola / Basso
Bruno / Chitarra
Riccardo / Synth, Mac, Game Boy
Dj L “Larry Lorenzo” / Giradischi, Campionature, Elettronicherie



Debut autoprodotto per questi cinque ragazzi dalle province di Verona e Vicenza. (Y) è stato registrato nel 2008 con la collaborazione di Matteo Gaiarsa Dalla Valle e già dall’artwork dai riferimenti neodadaisti ad opera del chitarrista Bruno si evince come l’opera incorpori un discorso su diversi livelli (musica, cinema, arte, storia), avvalendosi in particolare di svariati campionamenti.
L'impianto sonoro di base mette in luce un'urgenza tipicamente rock alla quale si aggiungono inserti jazz, spruzzate elettroniche e sfumature psichedeliche, influenze quali Tool, Massive Attack, Boards of Canada, Mogwai, Pink Floyd si possono percepire ben miscelate durante l’ascolto. La band dimostra di possedere un bagaglio tecnico di tutto rispetto, in particolare decisiva si rivela la sezione ritmica che con disinvoltura regge e dona dinamismo alle composizioni, in seconda battuta poi chitarra, synth, sampler e turntablism condiscono e caratterizzano le variazioni all’interno di ciascun brano.
L’opener 8861389 Emicranie è forse l'episodio più riuscito ed esaustivo del percorso e delle coordinate stilistiche di questo progetto, ove attraverso dieci minuti decisamente progressivi si passa con sorprendente facilità dal rock, al jazz, all’ambient, il tutto impreziosito da campionamenti tratti da Pi Greco di Aronofski e Persona di Ingmar Bergman.
Ghirri, suadente intermezzo psichedelico evidentemente dedicato al grande fotografo emiliano collega i due brani successivi, Null e Damare, convulsi ibridi tra rock ed elettronica dalle molteplici sfaccettature.
Riusciti e funzionali all’opera si rivelano anche gli altri due brevi intermezzi che intrecciano i vari brani, ovvero - e XX Secolo e ½, il primo legato al visionario incubo lynchiano di Mulholland Drive, il secondo un frenetico mix di campionamenti tratti da importanti fatti della cronaca del nostro paese (Il caso Moro, La strage di Capaci, Le stragi del 1993, L’ultimo discorso di Mussolini). L’album si chiude con 90 lanostracifraepocale, una riproposizione alquanto personale ed up-tempo di sonorità post-rock, in cui fa capolino un riflessivo break centrale caratterizzato da un indovinato campionamento tratto da 2001: Odissea nello Spazio di Kubrick.
In conclusione si può parlare di una proposta dall'approccio non immediato, che rifugge punti di riferimento costanti, ma è proprio il continuo rimando a diversi livelli percettivi che rende il lavoro di questi ragazzi particolarmente interessante e fresco, pur con tutte le piccole imperfezioni del caso. LvQ si delinea come un progetto artistico e concettuale a tutto tondo, in grado di sorprendere ma senza venir meno ad un certa coerenza d’intenti, quanto basta per promuoverne l’operato e guardare con fiducia e curiosità ai passi successivi.

-Edvard-

LvQ @Myspace

martedì, luglio 28, 2009

FOG IN THE SHELL





A qualche mese di distanza dall'uscita dell'ottimo Private South, abbiamo contatto Marco e Luca dei Fog in the Shell che ci hanno aiutato in maniera davvero esaustiva a fare il punto della situazione e gettare luce su alcuni fatti passati...

Ciao ragazzi, prima di parlare del nuovo disco, potreste raccontarci in pillole da dove vengono i Fog in the Shell?

(Marco) Fog in the shell è un nome lungo, e per certi versi anche poco apprezzabile, che ci accompagna ormai da tempo. È stato usato per la prima volta (con l’articolo determinativo inglese davanti) come titolo per una delle musicassette che registravo in maniera del tutto amatoriale e sconclusionata in camera mia (a Milano): allora si parlava di folk/rock lo-fi, sicuramente scarno e minimale. Ad un certo punto la sigla TFITS è uscita da camera mia per qualche concerto in solitario; contemporaneamente suonavo in un gruppo noise-core chiamato Lasofferenza. Quando questo, letteralmente, morì, decisi di ripartire da TFITS e di trasformare il progetto in un gruppo: cominciai a suonare con Luca (di Novara, già One Fine Day, The Diamond Sea, ed un’altra dozzina di progetti musicali) alla batteria (i primi concerti insieme sono dell’inizio del 2002, se non ricordo male). Col tempo si sono aggiunti Federico (ex Lasofferenza) e Stefano, formazione che suona in “A Secret North”, pubblicato nel 2004 dalla Dufresne. Da allora il gruppo ha perso l’articolo davanti al nome, mentre Federico e Stefano hanno lasciato il posto ai novaresi Graziano alle tastiere, Adriano (ex OneFineDay, Corey, etc.) all'’elettronica e Nicola (ex Corey, etc.) al basso. Siffatti, i FITS hanno registrato “Private South”, l’ultimo album.

Son passati pià di due anni dall’uscita di “A Secret North”, vostro disco di debutto, come avete impiegato tutto questo tempo?

(Marco) In realtà di anni ne son passati ben più di due, considerando che “A Secret North” è uscito nel 2004. Da allora c’è chi ha messo su famiglia, chi la famiglia l'ha distrutta, e, considerando anche che l’età media dei componenti dei Fits è vicina ai 33 anni, tutti ormai sono presi anche dal lavoro (il che significa più soldi per una strumentazione decente, ma anche molto meno tempo da dedicare alle faccende del gruppo) e dalle proprie esistenze. Ciò detto, i pezzi che compongono l’ultimo disco sono nati ben prima della loro pubblicazione (tant’è che alcuni hanno esaurito il loro ciclo vitale e, ormai, non li suoniamo neppure più dal vivo). Si può dire infatti che, se non avessimo avuto le difficoltà e le sfortune che abbiamo avuto per arrivare alla pubblicazione, “Private South” sarebbe potuto uscire almeno nel 2006. Al di là dell’ultimo disco, in questo periodo di apparente stasi abbiamo prima percorso e poi abbandonato – buttando letteralmente un tot di brani inediti – alcuni filoni musicali, che abbiamo infine tralasciato per buttarci in qualcosa che fosse, almeno per noi, inedito rispetto a quanto fatto fin’ora (se dovessimo registrare un nuovo cd ora sarebbe parecchio diverso rispetto a PS). Inoltre, se escludiamo la partecipazione alla vostra compilation (per la quale ancora una volta vi ringraziamo), questi anni sono stati costellati da una serie di progetti abortiti, tra i quali vale la pena di citare almeno uno split su 7” con un valevole gruppo noise del sud Italia (disco mai uscito per defezione all'ultimo dell’altro gruppo) e la partecipazione ad una compilation organizzata da una web-zine nostrana (compilation poi scomparsa nel nulla). Gli inediti registrati per queste collaborazioni sarebbero dovuti confluire in un altro progetto dalla fine ahimè disastrosa, vale a dire lo split con i Vanessa Van Basten…


Qualche tempo fa era previsto uno split con i Vanessa Van Basten infatti, ma poi il progetto decadde, potete dirci cosa successe?

(Marco) Se i progetti sopraccitati non hanno mai visto la luce per colpe che non ci riguardano direttamente, qui invece la responsabilità è soprattutto nostra. Anzi, mi prendo prevalentemente la colpa io stesso per aver mandato tutto in vacca. L’idea dello split è sostanzialmente nata dopo una partitina e calcio (e relativo concerto) con i VVB qualche estate fa, in quel di Piacenza (serata organizzata dai Viscera///). Il disco poi ha vissuto il proprio iter, fatto di tempo speso per registrare i pezzi dei VVB, per accordarsi sull’artwork (un digipack serigrafato da Michele dei LaQuiete), per trovare le etichette e i soldi necessari alla pubblicazione, e via dicendo. In coda a questi naturali tempi tecnici, ad un certo tempo, per problemi eminentemente personali, ho ben pensato di chiudere il mondo fuori dalla porta di casa, rendendomi irrintracciabile da tutto e da tutti per un paio di settimane buone. Nulla di premeditato o direttamente dipendente con il disco, per capirci. I ragazzi dei VVB, che avevano giustamente fretta di far uscire lo split, non hanno evidentemente gradito, decidendo quindi di tirarsi fuori dal progetto (la loro parte di split è poi stata pubblicata come ep, praticamente in contemporanea a Private South). Sicuramente è stato un episodio spiacevole, per il quale mi scuso un'altra volta con i diretti interessati, oltre che un’occasione sprecata che ha, ahimè, lasciato dietro di sé qualche screzio.


Procediamo con ordine dunque: “Private South”. Nel titolo pare esservi una connessione con il precedente album : semplice sequel o cos’altro?

(Marco) Per il primo cd volevano un nome che facesse pensare al freddo, alla distanza, ad una strada lastricata di ghiaccio che porta agli scogli; per quello del secondo cercavamo l'esatto contrario. Si tratta di due punti cardinali che sono direttamente legati alle nostre persone (viviamo al nord, alcuni di noi hanno origini nel sud), ma che, in senso lato, dovrebbero indicare differenti coordinate dello spirito umano: da un lato l'interiorità, dall'altra l'esteriorità (anche intesa come espressione della sessualità).
Il Nord Segreto e il Sud Privato non sono l'uno la conseguenza dell'altro, bensì due singoli punti che coesistono sulla mappa geografica dell'anima.


A detta di chi scrive, il suono è una naturale evoluzione di quanto intrapreso con “A Secret North”, nonostante ciò le differenze sono evidenti. Come nascono le canzoni? Nel tempo è cambiato il vostro metodo di scrittura?

(Marco) I due dischi sono diversi perchè realizzati in momenti diversi, con diversi mezzi e persone differenti. Hanno sicuramente degli spunti compositivi in comune, ma altri sono stati completamente tralasciati; ad esempio mancano i brani acustici, che derivavano da un metodo compositivo “solistico”, e sta qui probabilmente la differenza sostanziale. Prima i brani erano in genere l'idea del singolo, che arrivava in sala prove con riff e buona parte della struttura in mente. Col tempo, sia per coesione tra i Fits stessi, sia perchè – più banalmente – il tempo per suonare s'è ridotto quasi esclusivamente a quello delle prove, il processo compositivo è mutato: ora tutti dicono la propria su tutto, e spesso i pezzi sono un insieme di riff differenti (che a volte coesistono armonicamente in contemporanea) ideati da persone diverse.

Il nuovo disco è sicuramente più “fisico” del suo precedessore, come mai questa svolta?

(Luca) Mah, sicuramente ha a che fare con l'ansia da prestazione, col fatto che stiamo diventando vecchi, col fatto che oramai ci sentiamo superati a destra e sinistra da ragazzi che hanno la metà dei nostri anni e fanno ciò che noi provavamo a fare qualche anno addietro. Non direi comunque che si tratta di un disco più fisico. C'è sicuramente più cuore e più sostanza. C'è molta più carne al fuoco, questo sicuramente si, ma credo di parlare a nome di tutti quando dico che probabilmente questa volta siamo riusciti a rendere il tutto più coeso, calcolando che è il nostro primo disco con questa formazione. Figurati che abbiamo già 4 pezzi nuovi che stupiranno molte orecchie, visto il nostro progressivo allontanarci dalle descrizioni che di solito vediamo sui poster e sui flyers quando suoniamo in giro...
(Marco) Da non sottovalutare anche il fatto che, mentre SN è stato registrato e mixato in cinque giorni, usando solo la strumentazione della Sauna, PS ha preso circa un paio di settimane di realizzazione, utilizzando la strumentazione che nel frattempo ci siamo creati. Insomma, una maggiore cura nel suono ci ha permesso probabilmente di creare un muro di suono che può risultare di maggiore impatto. Ma si tratta di normali sfumature inconsapevoli, e non di scelte preordinate.

In particolare il suono si è fatto più stratificato, se prima il risultato finale era più liquido e psichedelico ma tutto in evidenza, ora per rintracciare tutte le sfumature bisogna scavare in profondità, siete d’accordo?

(Marco) Siamo in cinque e cerchiamo sempre di suonare ciascuno qualcosa di melodicamente differente da quel che fa ciascuno degli altri componenti. Sicuramente il suono è quindi più stratificato rispetto ad un passato di composizioni forse più istintive, cosa che spesso ci ha dato problemi dal vivo, dato che il mettere o meno in evidenza uno strumento rispetto agli altri di fatto snatura il sapore di molti brani (anche se siamo sempre stati di bocca molto buona, per via della nostra line up siamo spesso l'incubo dei fonici dei posti dove suoniamo). Inoltre, sul cd abbiamo voluto approfondire certi arrangiamenti, sperimentando proprio cose che dal vivo non potremmo fare se non assoldando altri cinque chitarristi con cui suonare contemporaneamente. I ragazzi della Sauna studio hanno avuto di che sudare, stando dietro anche a più di 30 diverse tracce per singolo brano.

Un altro cambiamento importante è stato nell’utilizzo di synth ed effettistica. Prima erano in primo piano come inserti nella canzone, sul nuovo disco invece sono onnipresenti e fungono da struttura portante e da collante per ogni componimento…

(Marco) Molto banalmente: su SN i suoni elettronici sono stati aggiunti in fase di registrazione, in PS fanno parte delle strutture primarie perchè c'è gente che pensa espressamente ad essi e alle canzone attraverso essi.
(Luca) In realtà su Secret North, a parte la tastiera suonata da Marco de La Sauna su un brano e qualche synth spruzzato qua o là, non abbiamo utilizzato molta elettronica... La maggior parte di quello che senti arriva da chitarre, bassi, pedali e vecchi strumenti che venivano maltrattati da noi. Solo con questo album ci siamo presi la libertà di spaziare e sperimentare... ma ci siamo già stufati e abbiamo virato verso una forma canzone più tradizionale, con dell'elettronica usata in maniera più discreta e funzionale. Ora siamo al crocevia tra un mobile Ikea e le vecchie canzoni d'amore francesi anni '60.

Altra carta vincente è sicuramente la melodia. In un contesto alquanto “ostico” come il vostro questa viene spesso esaltata e, fatto ancora più importante, rimane impressa immediatamente. E’ stato qualcosa di premeditato o è scaturito in maniera naturale?

(Luca) La melodia nei pezzi è stata semplicemente una esigenza che ho sentito io in primis e che Marco ha assecondato in maniera egregia, visto che entrambi cantiamo sia su disco che dal vivo. Ora stiamo sviluppando ancora di più quel lato, partendo alle volte anche solo da melodie di voce e aggiungendo poche cose sopra. Insomma vogliamo diventare una onesta cult band... oramai i quattrini non li faremo più...

Siete consapevoli che band “più affermate” pagherebbero per un pezzo come Even If? Siete riusciti in cinque minuti a fare ciò che altri suonano in dieci o più. Crescendo, aggressione, melodia.

(Marco) Ti ringrazio molto per il complimento, probabilmente esagerato. Il pezzo in questione è l'esempio di una forma compositiva che s'è fatta sempre più di gruppo, come già scritto più sopra. Partendo da una linea di pianoforte, ciascuno ha aggiunto del suo sia a livello melodico che strutturale. A me piace perchè nella prima parte ha un arrangiamento decadente e vagamente “dark”, impulso che nei brani nuovi s'è fatto più preponderante. Il testo invece è preso di peso da una poesia di Borges, ma per fortuna non se n'è accorto nessuno.

I Hate Euclid è sicuramente la canzone più completa del lotto, per questa invece il dilatarsi del minutaggio è stato essenziale, soprattutto per arrivare alla deflagrazione finale, davvero d’impatto. Com’è nata e come mai la scelta di porla in chiusura di disco?

(Luca) È nata in maniera casuale come tutte le altre, lavorando di sottrazione. L'abbiamo messa alla fine perchè ci siamo resi conto che mancava solo lei.
(Marco) Si tratta dell'esempio più lampante dell'abuso di decine e decine di tracce sul singolo pezzo di cui parlavo prima... Inizialmente, la seconda parte del brano, rispetto a come veniva suonata dal vivo, doveva essere una cosa piuttosto impegnativa: era stata pensata per trombone, viola e violoncello, ma non riuscendo a trovare chi suonasse questi strumenti, o non riuscendo a metterli tutti insieme nella stessa stanza a suonare insieme, abbiamo fatto da soli, sostituendo fiati e archi sostanzialmente con molteplici linee sovrapposte di voce, chitarra a dodici corde, piano rhodes, elettronica e un gong da orchestrina gamelan sottratto a mio padre. Insomma, ci siamo arrangiati e insieme divertiti con lo studio.

I titoli delle canzoni fanno pensare a una ricercatezza di fondo, come sono scelti e a cosa si ricollegano?

In un contesto come il nostro (non mi riferisco tanto al “genere”, quanto al tipo di ascolto e alla fruizione che se ne può fare), il peso che si da ai testi è senz'altro minimo; forse non a caso non mi chiedi di questi ma dei titoli dei brani. E come i testi sono stati scritti poco prima di entrare in sala di registrazione, i titoli definitivi sono stati decisi poco prima di andare in stampa con le grafiche. Noi li abbiamo sempre chiamati con nomi diversi e ridicoli, diciamo “di lavorazione” (la “lunga”, “graziano”, “trattore”, e via dicendo) e così li chiamiamo tutt'ora. Ma, proprio perché, giustamente, dei testi frega poco a chiunque, sono contento che i titoli in qualche maniera possano rimanere. Nella maggior parte dei casi si tratta di riferimenti diretti al contenuto dei testi; cambia invece là dove, ovviamente, un testo non c'è. I hate Euclid, ad esempio, dovrebbe essere un'espressione vagamente ironica, creata pensando al Cthulhu di lovecraftiana memoria, per interpretare una negatività totale.

Il disco è stato prodotto ai La Sauna Studio e il risultato è davvero ottimo, ogni particolare è messo in risalto senza snaturare la potenza dei suoni. Come si è svolta la fase di produzione? Siete soddisfatti del risultato finale?

(Luca) I La sauna studio sono un po' la nostra seconda casa, e i ragazzi che lavorano lì sono dei maghi e conoscono tutti i trucchi per farci suonare meglio di quanto in realtà siamo. Siamo soddisfatti sicuramente del risultato, anche se ogni volta che usciamo da lì e ci riascoltiamo dopo il normale periodo di decompressione, ci rendiamo conto che si poteva fare qualcosina in maniera diversa... ma è normale se si è degli “artisti” eternamente insoddisfatti... Siamo i peggiori critici della nostra arte. Io mi vanto di essere quello che in assoluto ha registrato di più in quegli studi, con i Fog, con Hot Gossip, con Mathians, con Tastiera e dio solo sa con cosa altro... eheheh... ho sentito dire in giro che stanno costruendomi una statua in giardino...

L’artwork è intrigante e volutamente “datato”, cosa vuole rappresentare?

(Luca) L'artwork l'ho amato da subito! Sono vecchie foto di parenti di alcuni di noi, e danno un immagine forte e rivoluzionaria di una parte di un Sud Italia a cavallo tra gli anni '60 e '70 che pochi conoscono o immaginano che sia esistita. Pensare che due donne avessero il coraggio di andarsene in giro così vestite in quegli anni, in una remota località del sud, rende appieno la forza di quelle foto.
(Marco) Per i motivi descritti da Luca, a parer nostro rende al meglio tutti i significati che si possono attribuire a Private South.

A Secret North uscì per la nostrana Dufresne Records, Private South con la britannica Paradigms Recordings, come mai questo cambiamento? Come siete entrati in contatto con la nuova etichetta?

(Luca) Ci hanno contattati dopo aver sentito qualche pezzo da myspace credo, abbiamo visto che quell'etichetta ha fatto uscire Jarboe e per noi era sufficiente. Ti da quella carica in più per tirare avanti qualche mese.
(Marco) Credo che Duncan, che sta dietro alla Paradigms Recordings, abbia creduto in Private South più di quanto al tempo ci credessimo noi... Come detto prima, quello dell'ultimo album è stato un travaglio lungo e faticoso, anche perchè, nel tempo, abbiamo trovato diverse persone ed etichette che si dimostravano interessate ad una pubblicazione, salvo poi scomparire nel nulla senza farsi letteralmente più sentire dopo qualche mese. In particolare, nel caso di almeno due etichette straniere ed una italiana la cosa è stata particolarmente frustrante, perchè trattandosi di etichette che rispettavamo per gusto e per catalogo, nonché dimostrando in teoria una certa serietà, ci facevano credere di aver finalmente trovato qualcuno che ci aiutasse a mettere al mondo il disco. Insomma, tanto più erano quotate e rispettabili le etichette in questione, tanto più ci siamo sentiti scornati una volta che queste – PUF! - sparivano nel nulla, rendendo poi più faticoso rimettersi a cercare. Ovviamente la data di uscita di Private South ne ha fortemente risentito.

Come sta andando l’attività live? Trovate difficoltà a suonare e poca apertura verso la vostra proposta oppure no? Ve lo chiedo perché molte altre band lamentano poca disponibilità nei loro confronti, soprattutto sul suolo natìo..

(Luca) Mah, non abbiamo mai suonato molto in verità. Ma in Italia, e credo un po' ovunque, se non ti sai vendere e/o se non sei bello combini poco in ogni campo. A noi va abbastanza bene così, visto che alcuni di noi hanno famiglia e figli. E comunque siamo più rock n roll di molti altri gruppi che si definiscono tali...
(Marco) L'uscita del disco non ha influito sulla nostra attività dal vivo, nel senso che non sono aumentate le occasioni di fare concerti (anche perchè il disco in Italia non è “ufficialmente uscito”; pare che con internet dischi ed etichette debbano incidere sempre meno sull'attività di un gruppo, ma di fatto da noi pochi si sono accorti di Private South). Occasioni che, negli anni, vanno calando. Forse perchè è cambiato il “sistema”, o la “scena”, o il mondo musicale nostrano, o come lo vuoi chiamare, nel senso che, rispetto a 10/15 anni fa, ci sono molti più gruppi e – strano a dirsi – molta più gente potenzialmente interessata a determinati tipi di musica; ma, contemporaneamente, sono diminuiti i posti dove suonare e, paradossalmente, è diminuito l'interesse generale verso la musica. Nel senso che molto più gente di prima va a concerti (in meno posti di prima), però spesso fregandosene della musica e dei gruppi: quello che interessa è la partecipazione stessa alla serata, l'evento in sé, con meno attenzione verso chi suona e alla musica in generale. Sarà che sono invecchiato. O sarà semplicemente che suoniamo poco perchè siamo considerati solo un gruppo di antipatici incapaci, cosa per altro non troppo lontana dalla verità considerando che in Italia ci ascolano in 4 o 5. Stando a Lastfm, però, pare che Private South vada meglio in Europa dell'Est, dato che ancora non riesco a spiegarmi. Forse sarebbe il caso di stringere accordi con la mafia russa ed organizzare dei concerti da quelle parti.

Bene ragazzi, siamo in chiusura; prima però ci piacerebbe sapere quali sono i progetti futuri.

(Marco) Evidentemente decisi a deludere anche quelle quattro persone di cui sopra, i pezzi nuovi sono abbastanza diversi rispetto al disco. C'è più elettronica, c'è più cantato, ci sono più voci, ci sono meno distorsioni, c'è meno tempo preso per esporre le proprie idee. In questi giorni stiamo registrando dei demo, e se il risultato ci soddisferà abbastanza, penseremo ad un ep gratuito da mettere su myspace o da qualche altra parte.
Per ottobre dovrebbe invece uscire un ep per l'etichetta Terra Desolata! (www.myspace.com/terradesolata) contenente qualche inedito, un paio di remix e di pezzi acustici.
Approfitto poi dello spazio per pubblicizzare gli altri progetti dei componenti dei FITS.
Luca, oltre a suonare con una altro paio di gruppi che al momento non hanno nemmeno un nome, fa elettronica per i cazzi suoi (http://www.myspace.com/weareyounglovers) e ha suonato nell'EP dei tastiera (http://www.myspace.com/tastiera).
Anche Adriano è lanciato con l'elettronica (http://www.myspace.com/akaeater), mentre Graziano ogni tanto fa delle colonne sonore per film inesistenti, ma credo che ultimamente sia un po' fermo (http://www.myspace.com/sorrysumo).
Nicola s'è buttato nelle competizioni di mountain bike e spero solo che non si rompa un braccio, mentre io – non so ancora perchè - canterò in un pezzo contenuto nell'ep di prossima pubblicazione di un gruppo black-metal atmosferico greco mentre l'estate scorsa ho inciso in camera mia un disco acustico in italiano che non ha mai ascoltato nessuno; chi avesse bisogno di un'ulteriore prova per disprezzare l'esistenza può contattarmi: sarò felice di mandargliene una copia.

Con questo è tutto ragazzi, buona fortuna per il futuro a nome di NeuroPrison.

Grazie a voi per il supporto, l'intervista e, soprattutto, la pazienza...


Neuros

lunedì, luglio 20, 2009

TREEHORN

image



Dopo l'uscita dell'album di debutto Amine abbiamo contattato i Treehorn per farci il punto della situazione e sentire cosa bolle in pentola per l'immediato futuro:



Ciao ragazzi, benvenuti sulle pagine di NeuroPrison, come prima cosa volete presentare la band ai nostri lettori?

I Treehorn sono un trio nato nel 2004 a Foss Angeles (Cuneo). Eravamo 3 bei ragazzotti che giocavano al pallone assieme. Poi si è deciso che fare musica era mentalmente più salutare.
Chitarra e basso suonavano già assieme in una formazione punk di merda, la batteria picchiava e picchia tutt’ora anche nei Ruggine.
Dal 2009 è entrato in formazione anche Super Goat Man in qualità di fonico. Siamo un 3+1 insomma.

Qualche mese fa è uscito il vostro primo disco “Amine”, album davvero notevole, quanto è durato e come si è svolto il processo compositivo?

Raccoglie buona parte di ciò che abbiamo prodotto nei nostri primi 2 anni di esistenza. Diciamo che può essere interpretato come un “best of” dei Treehorn dalla nascita ai primi passi.

A mio parere uno dei punti forti del disco è sicuramente la qualità e la tipologia di suono, soprattutto quello delle chitarre che riesce a mantenersi pesante e affilato contemporaneamente. Quanto lavorate su questo particolare e cosa cercate voi nel suono Treehorn?

Effettivamente ci lavoriamo parecchio, la ricerca di un suono personale è un processo che continua ad evolversi tutt’ora. Puntiamo molto ad avere un certo impatto sonoro, soprattutto per quanto riguarda i live; è una caratteristica che riteniamo fondamentale, che ci valorizza, e che paghiamo anche in quanto ci preclude a una serie di locali o situazioni non adatte o non attrezzate.

Come è stato il processo di registrazione dell’album?

Il disco è stato registrato in 2 giorni, al Borgomale Studios da Francesco “Frankie” Groppo, tecnico del suono che ha lavorato con una numerosa parte dei gruppi di Cuneo (Cani Sciorrì, Fuh, Elephant Man, Io Monade Stanca, The Fagetz e Matteo Castellano tra gli altri).
Una registrazione molto casalinga ricordo. Divisa tra garage, tavernetta, camere da letto, cessi e teglie di polenta. Tutte le tracce sono state registrate in presa diretta, quello che puntavamo ad ottenere era un disco il più possibile vicino all’esibizione live.

Nonostante il nucleo principale della vostra musica sia molto fisico, alcune parti del disco mostrano alcuni esperimenti più rilassati, ad esempio l’intro di 400 Mornings con il suo andamento simil kraut-rock o la parentesi ambient della traccia sei. Come sono nate queste idee?

“Amine” contiene tutti pezzi fortemente influenzati dal post/hc, ci sembrava opportuno dare la possibilità all’ascoltatore di prendere fiato ogni tanto con un paio di intervalli ambient.

In futuro pensate di puntare maggiormente su questi esperimenti?

Non vedo perché no. I nostri ascolti musicali sono decisamente vasti. Il post/hc rappresenta solo una piccola fetta di questi. Ascoltiamo di tutto, e ci piace sperimentare. Ultimamente ci stiamo rivolgendo verso aspetti più stoner, doom e anche blues.
Credo sia un processo spontaneo, non c’è nulla di premeditato. Suoniamo e vediamo che cosa succede.

La traccia ha mandato in crisi molti recensori, perché la scelta di non dare un titolo?

Il motivo è molto semplice in realtà. Non sapevamo come chiamarla, così abbiamo deciso: “Non chiamiamola e basta”.
Chiedo scusa alla categoria dei recensori.

Da dove traete ispirazione per quello che suonate? Sia a livello musicale che non..

Musicalmente c’è una solida base ispirativa composta da Black Sabbath, Melvins, Jesus Lizard, Keelhaul, Harkonen, Botch, Deftones e Don Caballero. Allo stesso piano penso che siamo influenzati dall’ottima scena musicale cuneese, Canalese*Noise Records in primis. Ci sono poi tutti quei generi musicali non propriamente affini ma che ascoltiamo in gran quantità, a partire dai King Crimson, fino ai Tortoise, passando per Wilco e Radiohead, credo che in alcune sfumature o nella composizione dei testi, se ne possano trovare tracce sparse qua e là.
A livello personale ci ispiriamo a ciò che viviamo ogni giorno, situazioni a volte sfigate, altre esaltanti. In un territorio ormai militarizzato, triste e bigotto come la provincia di Cuneo, è inevitabile che il più delle volte a prevalere sia un sentimento di rabbia.

Nella recensione vi ho definito come complementari ai vostri vicini Dead Elephant, vi vedete in questa definizione?

Ci conosciamo bene, e a livello musicale non può che farci piacere, dal momento che abbiamo sempre avuto una stima enorme degli Elefanti.
Non è nemmeno la prima volta che ci accomunano. Penso sia dovuto al fatto che abbiamo ascolti musicali simili, e per i nostri inizi loro sono sicuramente stati un punto di riferimento.

Il cuneese è da un po’ di tempo fucina di grandi dischi e con un trademark ben definito. Dall’interno come vedete la scena e soprattutto è davvero sempre così rosea la situazione nonostante la gran quantità di band?

Penso sinceramente che un livello qualitativo delle band così alto sia difficile trovarlo altrove. Il paradosso è che materialmente i posti per suonare sono pochissimi (mi riferisco a locali per band che non fanno cover di Ligabue), mentre molte band dei dintorni meriterebbero più attenzione, anche di fuori della nostra provincia. Ma qui entra in gioco un altro paradosso, quello tutto italiano, secondo il quale per suonare in giro è meglio avere le giuste conoscenze, che essere bravi e spaccare il culo.

Come si inserisce la Canalese Noise Records in questo contesto?

La Canalese*Noise accomuna buona parte della scena cuneese, quella più rock’n’roll e sperimentale direi. Sono stati i nostri amichetti di Canale, i Fuh, a fondarla e ben presto si sono uniti Ruggine, Io Monade Stanca, Cani Sciorrì, The Fagetz, La Moncada. Più i vercellesi ETB. E noi.
Cerchiamo di darci una mano l’un l’altro, e da 2 anni organizziamo una 2 giorni estiva, l’OK Fest, come vetrina per le band che più ci piacciono. Organizziamo anche delle serate durante l’anno, chiamate OK Party in cui abbiniamo una band della zona con un’altra più affermata.
Si fa quel che si può. Col cuore.

Avete suonato alcune volte in Francia, com’è la situazione oltralpe in confronto all’Italia?

È decisamente migliore. Per prima cosa la gente viene ai concerti e ascolta per davvero. Stanno tutti molto attenti, non si sente volare una mosca tra un pezzo e l’altro, ti scrutano, stanno fino alla fine e poi ti vengono a dire il loro parere, buono o meno che sia. Una bella lezione.
In più, la maggior parte dei locali ha serate organizzate da diverse associazioni. La trovo una cosa fantastica, che permette di creare un certo fermento tra i gruppi, dando l’effettiva possibilità di scambi date e di conoscere nuove realtà musicali.
A ottobre torneremo per un tour di una decina di giorni nella Francia del Sud, assieme ai Royal McBee Corporation, un duo noise basso-batteria di Parigi con cui abbiamo già avuto il piacere di condividere un paio di serate sia in Francia che in Italia.

Quali sono i progetti nell’immediato futuro? State già scrivendo nuovo materiale?

Abbiamo già in buona parte pronti i pezzi per il prossimo disco, penso che ne scriveremo ancora un paio e poi andremo a registrare. Denaro permettendo. Non vediamo l’ora.

Bene ragazzi, siamo arrivati alla fine, a nome di NeuroPrison complimenti ancora per quanto fatto e speriamo di risentirci presto. Lasciate pure i vostri contatti e a voi il compito di chiudere l’intervista.

Un’intervista davvero lunga. Complimenti a te che sei riuscito a trovare 14 domande interessanti.
Per avere il nostro Ep, ma soprattutto per farci suonare a casa vostra, i contatti sono:
www.myspace.com/treehornrock, treehorn@hotmail.it ed il cell +39 3398296055 (Davide).
Fatene buon uso.
Rock’n’roll.


Neuros

domenica, giugno 28, 2009

NEUROSOUNDS VOL.2

Image Hosted by ImageShack.us


Clouds From The Earth is the second volume of the NeuroSounds compilation, a project started by the staff of NeuroPrison (Official Italian Neurosis Forum) with the purpose to promote and to show more attention for the Italian underground music scene.
Special thanks to all the bands involved in this project and to all the relative record labels for giving us their permission.


Cd A: [click here to download]

The Orange Man Theory “On The Dartboard” (3:36)
Band Info
Incoming Cerebral Overdrive “Magic” (6:32)
Band Info
Bleed Someone Dry “Subject” (3:59)
Band Info
Beyond The Storm “Dark Sun Dawn” (4:39)
Band Info
Inferno “The Year Of The Dingo” (3:07)
Band Info
Slaiver “Lover Tell Me It’s Over” (4:34)
Band Info
Vibratacore “Behind This Rapture” (4:38)
Band Info
Cubre “Half Man” (4:07)
Band Info
Psychofagist “Nouvelle De Spasticitè & èpilepsie” (3:15)
Band Info
Tears|Before “Thousand Dog Days” (3:32)
Band Info
Hungry Like Rakovitz “Why?” (1:00)
Band Info
Slowdown “People’s Widespread Grief” (2:27)
Band Info
Bleeding Eyes “33 Papers Left” (2:41)
Band Info
Stalker “Pollyanna” (7:16)
Band Info
Last Minute To Jaffna “Chapter X” (12:07)
Band Info
Amia Venera Landscape “Nicholas” (8:45)
Band Info
A Cold Dead Body “Loss” (3:03)
Band Info



Cd B: [click here to download]

Three Steps To The Ocean “Remember Lynne Cox” (8:57)
Band Info
One Starving Day “An Evil Light” (7:10)
Band Info
Marnero “Trebisonda” (6:59)
Band Info
Lucertulas “Roulette” (1:50)
Band Info
Putiferio “Aristocatastrophism” (2:08)
Band Info
Lleroy “Debbie Suicide” (3:02)
Band Info
Donkey Breeder “Five Quarter Collapse” (5:16)
Band Info
L’Alba di Morrigan “Snowstorm” (4:28)
Band Info
Zippo “Ask Yourself A Question” (5:31)
Band Info
At The Soundawn “Slight Variations” (4:46)
Band Info
Mondrian Oak “Monolith” (5:29)
Band Info
Dyskinesia “Dalla Nascita” (7:10)
Band Info
Up There: The Clouds “The Last Glimpse Of Hope In My Eyes" (6:00)
Band Info
A New Silent Corporation “Wotgg” (9:50)
Band Info


Artwork: [click here to download]


Enjoy!


Creative Commons License
NeuroSounds Vol.2 : Clouds From The Earth by NeuroPrison is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 3.0 Unported License.

sabato, giugno 27, 2009

TEARS|BEFORE - Reversal



Tracklist:
01. Zero
02. Thousand Dog Days
03. Portland
04. Acid
05. From Vegas
06. Naked Lunch


Con l’Ep "Reversal" debuttano ufficialmente i Tears|Before, quintetto bellunese nato nel 2005 ma che solo dopo due anni trova una lineup definitiva, iniziando l’attività live e condividendo il palco con bands quali Knut, Ringworm, Monno, The Secret, Abel Is Dying. "Reversal", le cui registrazioni risalgono al 2008, esce grazie ad una coproduzione tra un quartetto di piccole ma attente labels quali le nostrane Cynic Lab e Weirdo Records, e le francesi The Left Hand e Swarm Of Nails. L’aspetto grafico del cd è molto curato, con un digipack condito dal visionario artwork ad opera della band stessa (ed in particolare dal chitarrista Alessandro Brun ed il cantante Alessandro Zanin), detto questo anche se l’occhio vuole la sua parte una volta premuto il tasto "play" ciò che colpisce maggiormente sono i suoni (registrazioni e mix presso la Rizoma Produzioni di Quero, mastering eseguito al Forseco Studio di Bologna): spessi, ben definiti e potenti come raramente capita di sentire, soprattutto se si parla di produzioni underground.

L’apertura è affidata a Zero, intro dalle chiare movenze meshuggahiane (influenza che si farà per altro sentire lungo tutta la tracklist) che prepara adeguatamente il terreno per l’esplosiva Thousand Dog Days, micidiale incrocio tra Converge e Coalesce condensato in poco più di tre frenetici minuti. Si prosegue con Portland, ovvero il brano più lungo ed articolato dell’ep, dove tra echi di Will Haven e Norma Jean dei bei tempi si alternano furiosi assalti, possenti rallentamenti, ripartenze ed intricati intrecci, il tutto intervallato da brevi momenti di quiete. Acid segue a ruota, altri tre minuti che non lasciano respiro in bilico tra Botch e Meshuggah conditi da un finale estremamente intricato e convulso, ove non è difficile scorgere l’ombra dei Dillinger Escape Plan. From Vegas, episodio davvero atipico ma degno di nota, mette in mostra un lavoro chitarristico che pur non perdendo affatto mordente ed impatto è indelebilmente permeato da striscianti ed evocative linee melodiche. La conclusione è affidata a Naked Lunch, perfetta sintesi di tutto ciò che la band ha proposto in precedenza, sublimata da un’imperiosa e dissonante coda che non ammette repliche.

Non resta che sottolineare l’inattaccabile prova strumentale di tutti i componenti della band, esaltata come precedentemente detto dall’enorme resa sonora di ogni singolo strumento, nonché l’assolutamente convincente ed intensa prova vocale del frontman Alessandro Zanin, accompagnato in “From Vegas” dal chitarrista Alessandro Brun (già voce nei veneti Amia Venera Landscape).
L’acquisto come avrete capito è più che mai obbligatorio del resto non è affatto facile imbattersi in lavori di questo livello, sia in Italia che all’estero, quindi massimo supporto per una band che saprà sicuramente dare grosse soddisfazioni in futuro.

-Edvard-


Tears|Before @Myspace

sabato, giugno 20, 2009

BLUE DEERS - A Little Low Dry Garret

image


Tracklist:
1. Etyope
2. ...and red and black mud
3. Sha naqba Imuru
4. Diane
5. Genista
6. Les rats d'Oran (l'été)
7. H



L’esterofilia dei Blue Deers è un fattore già riscontrabile alla nascita del gruppo, nato infatti in una sessione di registrazione dei componenti dei Cervix (Andrea Nencini ed Enrico Marrucci) nella città di Praga, un inizio già di per sé intrigante.
Se il demo d’esordio “Special Rough Version” lasciava trapelare il rapporto del duo con la città boema, questo nuovo capitolo (coproduzione Cuckold Pruduction e Trazeroeuno) allarga notevolmente gli orizzonti geografici nei quali collocare la loro musica, e la partecipazione di Matteo Mariottini e Alessio Balsini non fa che confermare questa tendenza all’estensione.
Forte del mixaggio da parte di Sanford Parker (Minsk, Buried at Sea), A Little Low Dry Garret è un disco che ammalia nonostante la sua imponente presenza, mostrando come l’assonanza tra il nome del quartetto e i Blue Cheers sia più che una semplice coincidenza, perché musicalmente le origini si possono riscontrare nel trio di San Francisco, nonostante il suono primigenio sia nascosto da riff dal peso specifico maggiore e sottoposto all’incessante erosione da parte di sibilline trame ambient.
I gioco tra pieni e vuoti di Etyope si fa sfumato proprio per i synth che si accavallano e sgomitano per emergere in superficie, prima seppelliti da possenti chitarre sludge/doom, un attacco che differisce nella forma da ...and red and black mud, rabbiosa e austera, con rimandi al suoni dei 5ive nella capacità di fondere polverose sfumature stoner a un’indole notevolmente più estrema e sperimentale.
Con la prima traccia del disco si poteva già fiutare l’abbattimento di ogni confine naturale precedentemente citato, e Sha naqba Imuru ne è la conferma, prendendo spunto dal primo verso dell’Epopea di Gilgamesh, portando i componimenti a sorvolare la sponda sud del Mediterraneo e forgiarsi nel suo entroterra infuocato, in questo caso con un mantra che si tinge di drone, come se Dylan Carlson rivolgesse le sue attenzioni non più all’America profonda ma a luoghi ben più lontani. La tensione è palpabile ed evocatrice, riportando alla mente paesaggi che ben si intonano con i toni solari dell’artwork (semplice ma davvero ottimo nel packaging), chitarra solenne e invocazioni lontane, arpeggi come miraggi e il fantasma dei dervisci sempre dietro l’angolo.
Diane e Genista rappresentano la scissione delle due anime che convivono nel gruppo, la prima punta sulla forza d’urto mentre la seconda si abbandona ad atmosfere liquide ed esotiche, dove ogni nota pare stare in piedi per inerzia.
L’amalgama sonoro è coinvolgente, all’unisono con l’aspetto visuale e concettuale del disco, riuscendo laddove spesso falliscono molti album strumentali, ovvero non cadere nella monotonia, stuzzicando costantemente la mente dell’ascoltatore, un paragone che li accomuna sicuramente a una band come gli Omega Massif.
In Le Rats D’Oran (L’été) sono i suoni di basso a fare collante, spesso vicini a suonare come una chitarra, tessendo trame di spessore e affascinanti, che fanno il paio alla conclusiva H, impreziosita da una digressione elettronica destabilizzante, di quelle che si possono udire nei Minsk, anche se i paesaggi evocati son di tutt’altra natura, non c’è polvere cosmica o spazi siderali, ma è tutto legato alla terra, la vastità del deserto e il turbinìo di miriadi di granelli di sabbia che danzano in armonia, non disturbati dal selvaggio finale.
Se si cerca un disco in cui perdersi, A Little Low Dry Garret giunge all’occorrenza, sicuramente tra le migliori uscite dell’anno e destinato a sedurre nel tempo.

Neuros

Blue Deers @Myspace