mercoledì, maggio 27, 2009

Plasma Expander + OvO @ Go Fish, Cagliari

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21.05.2009


Per chi ha la sfortuna di essere circondati per quattro lati dal mare, la discesa degli OvO in terra sarda (la seconda per la precisione) è sicuramente un evento da accogliere in maniera entusiasta. Lontana dalle luci della ribalta e con le immani difficoltà logistiche, l’isola è ormai abituata a fare da fanalino di coda nel circuito musicale internazionale e italiano, per questo motivo aggiunto le parole rappresentano in maniera sfumata ciò che rappresenta la tappa di Stefania Pedretti e Bruno Dorella in quel di Cagliari. La serata comincia in ritardo di due ore abbondanti rispetto all’orario prestabilito, una prassi (pessima) da queste parti, dove spesso i gestori non permettono di suonare fino a che il locale non sia colmo: non è lecito sapere se anche questo è il caso, malignamente però ci piace pensare di sì, nella felicità di essere sempre smentiti. L’apertura della serata è affidata ai Plasma Expander guidati da Fabio Cerina (Bron Y Aur, Holy Carpenters tra i tanti), uno dei gruppi di punta della scena indie sarda, forte della pubblicazione del primo disco sotto Wallace Records, la label di Mirko Spino che è garanzia di qualità per quanto concerne il lato più sperimentale del rock-e non- italiano, quello lontano dagli sproloqui del business ma con l’arma della passione e della sincerità, qualità sempre più rare di questi tempi. Se su disco il terzetto ci delizia con un blues destrutturato, spesso in odore di Slint o This Heat, in sede live emerge un’irruenza punk strabordante, coniugata con una classe che nel mezzo del Mediterraneo ha sinceramente pochi rivali, in un turbinìo sonoro che va a lambire le scorribande degli At the Drive-In e le follie math-ematiche dei Don Caballero, sfociando più volte nel noise-rock figlio degli U.S. Maple. Le chitarre di Fabio Cerina e Marcello Pisanu rappresentano un toccasana per le orecchie, lanciate a folle corsa, si inseguono, si sfidano, si sfottono e nascondono per poi tornare nuovamente all’arringa, rumorosa più che mai, mentre Andrea Siddu combatte la sua persona battaglia contro la batteria, uscendone vincitore: precisione e furore tutti in uno. La scaletta è incentrata sull’unico (per ora) disco, dove emergono tra tutte Iodine-John Wayne e Solopad, ma c’è anche tempo per alcuni pezzi inediti, sicuramente contenuti nel prossimo disco di imminente registrazione. Il pubblico è coinvolto e apprezza, e non potrebbe essere altrimenti con tre funamoboli vestiti da chirurghi sul palco, la faccia più bella del rock isolano lontano dagli stereotipi.

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Cambio di mago e gli sciamani sono tra noi. Un Dorella rigorosamente di tunica vestito e armato di campanellino va a richiamare l’attenzione del pubblico fuori e dentro il locale immediatamente seguito da Stefania, mentre in sottofondo già si odono sinistri campionamenti, e una volta che la platea si è raccolta, ecco l’inizio più ostico che ci si potesse essere: Via Crucis. Uno show imperniato in gran parte sull’ultimo arrivato in casa OvO, Crocevia, che rappresenta l’ennesimo tassello verso la sperimentazione più pura del duo lombardo-berlinese. I volumi elevati (purtroppo a volte poco chiari nella chitarra di Stefania) saturano ben presto il Go Fish rendendo l’atmosfera asfissiante ed esoterica, dove le luci perennemente puntate sul duo rendono il risultato ancora più sinistro. Ancora una volta Dorella richiama la folla a fare calca davanti a loro, mentre le lancette segnano le due passate e una buona fetta di pubblico è dovuta scappare, rendendo l’atmosfera una questione per pochi intimi. La chitarra di Stefania è un pugno allo stomaco, un refuso acido capace di turbare il più candido dei presenti, mentre il drum-set minimale di Dorella si divide tra tribalismi e assalti all’arma bianca. Ostkreuz è una serpe che si aggira tra i presenti e non fa prigionieri, mentre Crocevia presenta quanto di più vicino ci sia alla melodia in tutta la discografia degli OvO, in bilico tra Noxagt e Lightning Bolt, grazie all’abilità di Stefania di passare dalla chitarra al basso. Lo spettacolo va avanti e la presenza scenica emerge in tutto il suo splendore, Dorella che munito di basso si immerge per suonare tra il pubblico, la Pedretti che improvvisa un violino elettrico con i suoi lunghissimi dreadlocks e poi un breve stacco di danza, conducendo nel lungo martirio finale di Miastenia, vero e proprio mantra eseguito dai due, dove Dorella si incensa per la sua musa, la circonda, le stringe la mano, lo Yin e lo Yang. Inutile etichettare la proposta come noise, lo-fi, drone, doom, il suono OvO è tutto questo ma tanto di più, un’esperienza musicale senza barriere, libera, fatta di particolari sempre nuovi e di linguaggio del corpo come strumento musicale aggiunto, sperimentazione come via per la perdizione e come approccio alla vita, e poco importa se alcuni abbiano storto il naso, si è stati partecipi comunque di uno spettacolo unico nel suo genere.

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(Un ringraziamento per le foto ad Alessandro Manca http://www.flickr.com/photos/captain_bis/)


Neuros

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